Virginia


Virginia nacque in Genova il 2 aprile 1587, da Giorgio Centurione e da Lelia Spinola, coniugi appartenenti a due tra le più illustri famiglie genovesi. Dal padre, valente soldato in terra e in mare, uomo ricco di cultura, politico accorto e Doge della Repubblica genovese, Virginia aveva ereditato temperamento evalore; dalla madre, donna saggia, dedita senza punta alcuna di retorica alla pietà cristiana, aveva ereditato convinzioni religiose profonde e strettissimo rapporto tra la fede e la vita. Dall’uno e dall’altra, poi, tratto finissimo, maniere deliziose, serena e disinvolta giovialità. All’età di 10 anni, ella aveva subìto in modo traumatico la morte della madre; una morte che aveva segnato gli occhi della bambina di una dolce e lontana malinconia. Crescendo la fanciulla esibì un corpo perfettamente in lineadue splendidi occhi azzurri e una magnifica cascata di capelli biondi. Il padre, consapevole e felice di avere in famiglia un capolavoro di bellezza, pensò di metterla a frutto e, secondo le usanze del tempo, intavolò le trattative necessarie a definire un matrimonio tra Virginia e l’uomo che a lei egli aveva destinato, l’ultimo discendente, cioè della ricchissima casata dei Grimaldi Bracelli, quel Gaspare che, per la verità si era esposto ai commenti di Genova a causa di una sfrenata passione per la vita mondana. Quando il padre comunicò a Virginia che l’aveva fidanzata a Gaspare Bracelli, ella, sapendo di non potersi opporre alla volontà paterna, non disse parola, ma scoppiò in un pianto dirotto.



Sposa a 15 anni

Era il 10 dicembre 1602, giorno fissato perle nozze, Virginia, nel pieno della festa, splendida nel vestito nuziale, fu colta da un fremito improvviso, una reminiscenza la costrinse a fuggire nelle sue camere. Quivi giunta, in un crollo pressoché totale, cadde in ginocchio di fronte al Crocifisso ed esplose in un pianto veemente: con il cuore di carne nel cuore trafitto del Cristo sulla croce, in una emozione senza precedenti,quel che confusamente tremava a lei nell’anima, divenne concetto e si manifestò in parole: “Virginia, tu mi hai lasciato per un uomo”. La matrigna e le signore che avevano notato la sua assenza la trovarono in lacrime e, intesa la causa, cercarono di confortarla dicendole che il matrimonio è un sacramento e che si può servire il Signore in tutti gli stati come aveva dimostrato la sua santa mamma. Le asciugarono le lacrime, le rinfrescarono il viso, le ricomposero l’acconciatura e l’accompagnarono fra gli invitati i quali se si accorsero delle traccedelpianto sul suo viso furono ben lontani da intenderne il significato. Anche la prolungata esitazione prima di pronunciare il suo sìvenne attribuita alla commozione, del resto naturale in quelle circostanze. Virginia aveva allora 15 anni; Gaspare, 20; e, per quanto entrambi giovanissimi, non erano giunti al matrimonio ugualmente disposti. Gaspare, infatti, sebbene alla vigilia della scelta definitiva avesse dato segni di ravvedimento e di maggiore equilibrio, a matrimonio avvenuto, tornò inesorabilmente agli antichi amori mondani. Virginia, dal canto suo, fu immediatamente assorbita dal suo nuovo stato e si accinse ai doveri di donna, di sposa e di madre, con dedizione piena.

"Era bella quanto immaginar si possa...affondò le forbici nei suoi capelli d’oro...e le sue vesti divennero apparati di Chiesa...e le sue gioie pane al povero”. (fonti storiche)

Sofferenza di una Sposa

Il suo amore per Gaspare fu vero e si espresse oltre che nella devozione, anche in due maternità. Da Gaspare e da Virginia nacquero infatti Lelia ed Isabella, due bambine che restarono affidate alle cure materne dal momento che Gaspare diradò sempre più la sua presenza in casa e in città, addirittura ossessionato dal gioco, dalla caccia e dalla goliardia. Virginiacercava di nascondere la condotta del marito non solo al padre Giorgio ma anche alla madre di Gaspare che viveva nel suo stesso palazzo. Ogni sera trovava pretesti per giustificare i suoi prolungati ritardi e convinceva la suocera ad andare a riposare, quindi licenziava la servitù,per essere sola nel suo dolore. Trascorreva le ore di attesa leggendo la Sacra Scrittura e pregando davanti al Crocifisso o lavorando. QuandoGaspare, a tarda notte, rincasava,Virginia era sempre pronta, delicata e premurosa; subiva senza lamentarsi i suoi mutismi e le stranezze dovute alle perdite, spesso notevoli, al gioco, cercava anzi di confortarlo dichiarandosi pronta a fare sacrifici, a vendere i suoi monili e a licenziare la servitù.

Gaspare si ammala

Gli strapazzi della vita dissipata minarono in maniera definitiva la già malferma salute di Gaspare. Roso dalla tisi, egli prese dimora in Alessandria, presso i cugini marchesi Trotti ed invitò la giovane sposa a raggiungerlo per garantirgli presenza e assistenza. Virginia, nonostante il netto rifiuto al viaggio opposto da Giorgio Centurione - il quale non credeva nella malattia del genero e la riteneva nulla più che un espediente per costringere la figlia lontana da casa e per condurla nel mondo del fatuo e del vano - dette subito credito al marito e fu addirittura sconvolta dalle ultime laconiche parole indirizzate a lei da Gaspare: “Se vuoi vedermi ancora vivo parti immediatamente. In caso contrario, valgaquesta lettera da congedo”.

Virginia, conscia dei suoi doveri, si presentò allora al padre e disse: “Padre, io non volli legarmi a Gaspare Bracelli; ricordatevi che questa unione è dovuta specialmente a voi. Ora egli è mio marito ed io sono in obbligo di trovarmi al suo fianco quando anche egli non si trovasse in bisogno di sorta”.

Vinto dalle lucide argomentazioni della figlia, il nobiluomo si decise al viaggio e poté costatare di persona il dramma di Gaspare: pallido, emaciato, con un filo di voce ed una tosse cavernosa, egli giaceva inchiodato su un letto di dolore. Nessuna finzione, quindi, ma cruda e crudele realtà. Tanto più cruda e tanto più crudele la realtà di Gaspare in quanto il giovane, destinato a morire nella pienezza di una vita appena esplosa,solitario e muto, era ribelle ad ogni discorso e, più che mai, a qualsiasi discorso di natura religiosa, l’unico in grado - e questo Virginia sapeva molto bene - di rinnovare in radice le speranze di lui e proiettarle al di là del tempo.

Serena morte del marito

Virginia divenne subito premurosa infermiera ed angelo consolatore: Gaspare accanto a desiderava solo la sua presenza.Passarono giorni di ansia e di turbamento. Infine, le premurose attenzioni di Virginia, la sua preghiera fervente, le sue lacrime nascoste e il docile suo sorriso, ottennero il miracolo: di propria iniziativa, Gaspare chiese di parlare con il cappuccino P. Giacinto Natta da Casal Monferrato e, poi, di confessarsi con il gesuita Padre Lamberto Regio. Da allora il cambiamento di Gaspare fu radicale. Si dispose a lasciare il mondo nella luce di una verità per lui tutta nuova e, assistito dalla moglie, morì giovane di appena 24 anni, il 3 giugno 1607, pienamente riconciliato con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose.

Vedova a 20 anni

Virginia, che già da bambina, con la morte acerba della madre aveva sofferto la tragica esperienza del vuoto improvviso, ora, nel rinnovato impatto con la morte dello sposo, ebbe modo di abbandonarsi ad una attenta riflessione. Siprostrò davanti al Crocifisso e rimase a lungo in preghiera. Lesembrò allora di ricevere una risposta: “Virginia, io ho chiamato Gaspare a me perché da oggi io stesso voglio essere il tuo sposo”.

Virginia analizzò l’offerta del mondo e l’offerta di Dio, soppesò l’una e l’altra, operò lasua scelta. E fu scelta ferma e leale. A questa scelta, non passiva e ora scaturita in virtù della sua tormentata esperienza, la giovane nobildonna decise di conformarsi pienamente e, sul cadavere ancora caldo del marito, consacrò se stessa a Dio. Dopo il decesso di Gaspare, ella scelse di abitare nel palazzo di Via Lomellini, con la suocera Maddalena e con le due figlie che educò convenientemente alla vita e che rese alla società integre, probe, aperte, capaci di assumere e di vivere responsabilità.

Gesto significativo

A Giorgio Centurione era parso opportuno, sulle prime, lo stile di vita riservato ed essenziale che la figlia aveva imposto a se stessa. Esso corrispondevabene ai doveri di una nobile e giovane vedova.Con lo scorrere del tempo, tuttavia, il genitore cominciò ad accarezzare l’idea di un nuovo matrimonio che potesse garantire sicurezza eprotezione a Virginia, lustro ulteriore alla famiglia. Ma poiché la figlia sembrava assente ad un simile progetto e continuava a vivere con le figlie e la suocera nel palazzo Lomellini, divenuto sotto la spinta di lei un autentico cenacolo di pietà cristiana, il nobile Giorgio, direttamente e poi indirettamente attraverso la mediazione della consuocera, fece conoscere a Virginia la sua volontà: egli chiedeva che la figlia procedesse a nuove nozze. Era importante per Virginia stessa al cui fianco si riteneva ormai necessaria la presenza di un cavaliere a tutelarne l’avvenire; era importante per Giorgio Centurione che, col matrimonio della figlia, imparentandosi con una nuova influentissima famiglia, sperava di assicurarsi la più alta carica della Repubblica, quel Dogato biennale cui egli aspirava da sempre e che, bisogna dire, con i meriti conseguiti nel servizio del Governo, decisamente meritava. Per nulla intimorita dalla ingiunzione paterna, garbatamente ma ferma ed irrevocabile nella sua decisione, Virginia, contro i canoni della cultura ufficiale e quindi con coraggio inusitato, resistette alle proposte ed alle insistenze del genitore, manifestandochiaramente che il progetto da lei accarezzato non prevedeva un nuovo matrimonio. Ella avevagiurato fedeltà a Gaspare e a Gaspare voleva restare fedele. Inoltre si era consacrata all’amore di Cristo e soltanto da Cristo aspettava un cenno atto ad indicarle il cammino sul quale muovere decisamente. Da ultimo, Virginia concluse il suo discorso con un gesto altamente significativo: alla presenza di Giorgio Centurione si recise i bellissimi capelli biondi per dimostrare anche plasticamente la sua appartenenza a Cristo. Giorgio Centurione subì a malincuore la decisione della figlia, ma non poté che prenderne atto ed adeguarvisi.

“È mia volontà che tu mi serva nei poveri”

Virginia, così, ormai libera da pressioni esterne, riprese la sua strada di fedeltà alla vita interiore e ai ruoli di vedova e di madre che il dovere le imponeva. Una notte ebbe la percezione di una chiamata particolare: “È mia volontà che tu mi servanei poveri”, le aveva detto Gesù. E occorre dire che in questa linea ella aveva cominciato subito a camminare destinando, d’accordo con la suocera, al sostegno dei poveri parte delle sue rendite e beneficando le chiese povere del dominio genovese. Una prima timidarisposta nell’attesa uno stato degno delle specifiche inclinazioni. Maritate le figlie - Lelia andò sposa a Benedetto Baciadonne, Isabella a Giuseppe Squarciafico - Virginia rinnovò con crescente insistenza il ritornello preferito della sua preghiera: “O Signore manda la tua luce e tua verità”. E si mantenne in atteggiamento diattesadinamica, nella certezza che la voce del di ulteriori chiarimenti: chiarimenti che si sarebbero dati molto presto ed esattamente, poiché Dio non giunge né in anticipo né in ritardo, quando Virginia avesse esaurito il suo compito nei riguardi di Lelia e di Isabella alle quali bisognava assicurare Signore si sarebbe fatta sentire, magari attraverso gli avvenimenti della storia.

Incontri

Ella, possiamo dire dall’età della ragione, aveva sentito il desiderio di entrare in monastero per consacrarsi nella solitudine alla lode e al ringraziamento. Ma il Signore non sembrava orientarla su quella strada. Alcontrario, le amicizie fiorite nella vita di Virginia così come, del resto, l’ineffabile voce del Signore, sembravano indicare a lei la vita dell’attività laica impegnata, ma religiosamente motivata. L’incontro con Vittoria Strata, fondatrice poidelle Turchine, ma allora tesa a rinfrancare la povertà emergente; l’incontro con Gio Francesco e Giovanna Lomellini nella cui casa e nel nome di Cristo quanti ne avessero avuto bisogno trovavano calda ospitalità; l’incontro con il marchese Gerolamo Serra insieme col quale Virginia avviò la straordinaria avventura delle scuole popolari aperte per i bambini poveri altrimenti abbandonati alla strada e ai rischi della strada, erano state altrettante frecce ad indicare un cammino diverso da quello della vita monastica. Ma l’occasione per un rientamento definitivo si determinò in forza di un tragico evento cui Genova soggiacque, suo malgrado, nella primavera del 1625.


Le conseguenze della guerra

La guerra franco-piemontese del 1625 contro la Repubblica di Genova, trovò Virginia in prima linea e ne fece conoscere le eccezionali doti di instancabile organizzatrice. Una miriade di persone alle quali la guerra stessa aveva tolto casa, pane e lavoro, si eraserrata entro la cinta della città e, per quanto ampia Genova fosse, non poté rispondere che in minima parte alla domanda di alloggio e di sostentamento. Fu l’ora di Virginia. Ella uscì allo scoperto. Organizzò movimenti, stimolò il Governo, fece appello ai cuori dei cittadini perché, sull’esempio di lei, aprissero le loro case all’ospitalità, interrogò i più abbienti, bussò a tutte le porte e setacciò le strade della città ovunque chiedendo l’obolo della misericordia e della speranza. Non sanò, certo, tutte le ferite aperte dal tragico recente avvenimento, ma conobbe la povertà e vide chiaro il suo futuro. Capì appieno la voce misteriosa di Cristo: “È mio volere che tu mi serva nei poveri”. Era quella la strada a lei indicata. Basta con gli spiccioli. Occorreva sposare la causa dei poveri senza reticenza alcuna, con coraggio e con completa dedizione.Non solo, ma occorreva, intuizione formidabile, abbordare ed annullare le cause stesse dellapovertà, che Virginia sintetizzò nella cupidigia e nella ignoranza.

Tutta a tutti

Ella, dunque, si applicò con vigore tutto femminile ad inquietare le coscienze della “Genova bene”, chiusa nelle sue conquiste effimere. La sua parola giunse dovunque e dovunque mendicò una risposta: qui la ottenne, là n’ebbe rifiuto, ma seguitò a porre le sue domande e a situarle come un tarlo nelle coscienze degli uni e degli altri. E Genova vide questa dama ricca di censo, di virtù e di doti non comuni, zelare ovunque la gloria di Dio, dimentica di sé, animata solo dall’ideale paolino: “farsi tutta a tutti per portare tutti a Cristo”, senza distinzione di persona. Appena sedicenne, cinque mesi dopo il suo matrimonio,la troviamo nella chiesa parrocchiale di San Siro, accanto allo schiavo di suo padre e a due schiavi di suo zio, Federico Centurione. Dal viso di tutti trapela una grande gioia. I tre schiavi stanno per ricevere il santo battesimo. Promotrice? Virginia! E madrina di uno, cioè dello schiavo di suo padre, è pure Virginia, che lo chiamerà Andrea. Il suo interessamento si rivolse anche alle condizioni dei carcerati. Ad essi recava aiuti materiali ed insieme una parola di conforto e di speranza cristiana. Ne ascoltava le lamentele contro inadempienze e abusi, ricorrendo poi agli uffici competenti perché fosse assicurata l’assistenza dovuta e soprattutto quella medica. Si adoperò pure pertrovare avvocati disposti a difendere gratuitamente gli imputati più poveri. Nella sua instancabile attività di soccorso ai bisognosi non dimenticò gli “ultimi” di Genova, i rematori delle galee. Nonostante l’opposizione dei parenti che si vergognavano di questo suo “discendere tanto in basso”, eludendo ognisorveglianza, andava nel porto brulicante di gente di ogni categoria, parlava di Dio ai “galeotti” cercando di attenuare in essi l’odio che sentivano verso la società.

Le “Cento Dame”

Verso il 1626, fondò il movimento delle Cento Dame, un’istituzione che, originata da una convinta scelta religiosa, fu in grado, con la visita puntigliosa dei quartieri della città, di disegnare una geografia completa della povertà genovese e di rispondere tempestivamente ai casi più urgenti. Autotassazione mensile, elemosine raccolte per la città e nelle chiese, donazioni ed aiuti governativi furono le fonti che consentirono all’opera pia di svolgere il suo compito di copertura e di sostegno e di accumulare un capitale destinato alla causa dei poveri. Questa istituzione sembrò rinnovare le gesta di S. Caterina Fieschi e placare la lotta mai sopita tra nobiltà e popolo; ma non durò molto nel primitivo slancio, sia per l’umana incostanza che per altri motivi. Virginia accettò la sconfitta e scrisse nei suoipropositi:

“Voglio abbracciare volentieri tutto quello che a Dio piacerà di mandarmi, pigliare la croce e seguirlo”.

Una notte d'inverno...

Virginia che di giorno correva le strade della città, di notte si abbandonava alla preghiera; e,nella preghiera, domandava luce e vigore. E fu appunto in una fredda notte d’inverno che Virginia avvertì, sul portone di casa, il lamento di una fanciulla. Quel pianto, insistente e tenace, smentì subito l’ipotesi di un sogno insolito e il domesticoinvitato a scendere in strada e a verificare, di ritorno, raccontò quanto aveva veduto. Sul portone di casa Lomellini giaceva una giovane donna coperta di cenci e boccheggiante per la fame. Virginia non frappose indugi. Accolseincasa la sventurata fanciulla. Nel compieretale gesto sentì nello spirito come una illuminazione per cui abbracciò la fanciulla e, dopo averla rivestita e rifocillata, le disse: “Tu starai con me e sarai mia figlia”. Così, quella notte d’inverno, nel cuore di una città addormentata, nasceva un’opera grande che avrebbe fatto parlare di sé i tempi e i popoli. Ben presto furono quindici le giovani accolte nel suo palazzo, quindici come i misteri contemplati nel Rosario che ogni giorno la generosa benefattrice faceva recitare in onore della Vergine, la santa Madre del suo Sposo Crocifisso.


Inbreve tempo altre giovani si rivolsero a Virginia; ella, dopo aver occupato persino le soffitte del suo palazzo, dovette provvedere un ambiente più ampio. Si rivolse all’amica, duchessa Donna Placidia Spinola, che aveva comprato dai frati francescani il convento di Monte Calvario, l’attuale convento della Visitazione a Principe. Di recente il convento è ritornato alle figlie spirituali di Virginia. La duchessa accondiscese volentieri e le concesse il fabbricato, per qualche tempo a titolo gratuito e successivamente per lire 1.000 annue.


Monte Calvario

Il 13 aprile 1631, domenica delle Palme, Virginia lasciò la sua casa di Via Lomellini e con una quarantina di giovani si avviò processionalmente verso il convento di Monte Calvario. Al termine dell’erta salita entrarono in chiesa ed ella offrì a Dio se stessa e quelle che ormai considerava sue figlie spirituali. Virginia immaginò subito un gruppo di ragazze capaci di mantenersi con il lavoro che esaltò come via alla realizzazione di sé. Impose una serena e severa disciplina interna; pagò alcune maestre che insegnassero alle ragazze le arti e i mestieri, ella stessa si fece maestra di preghiera e di vita spirituale. Sul trinomio preghiera, lavoro e comunione, nacque così un’esperienza affatto originale, tesa, nella sua dinamica, a restituire alla società donne rese mature e responsabili. Il numero delle ospiti dell’opera, che Virginia volle intitolare a Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, aumentò via via e se ciascuna traeva con sé una storia particolare, tutte quelle storie obbedivano ad un denominatore comune: la povertà e l’avvilimento che, quasi necessariamente, alla povertà s’accompagna.

Monte Calvario fu davvero “un rifugio” nel quale Virginia, che si era proposta di non dare mai un rifiuto, accoglieva tutte, senza badare al ceto sociale, al livello culturale, al luogo di origine; erano ragazze, vedove ed anche donne sposate che a lei si rivolgevano. Virginia non indagava sul loro passato o sulle intenzioni che le avevano condotte a Monte Calvario, chiedeva solo docilità e obbedienza. Sollecita del loro bene spirituale, non dimenticava le necessità fisiche. Con amore materno curava l’igiene delle nuove arrivate, riservando a sé, come un privilegio, i compiti più ripugnanti. Dopo la pulizia del corpo, esortava a una buonaconfessione quale mezzo indispensabile per iniziare una buona vita. Essastessa, prima fra tutte, viveva quanto proponeva. Dopo essersi distaccata da tutto, scelse un regime di vita austero e poverissimo, dipendendo in tutto e, fino alla fine, pur in mezzo a incomprensioni, minacce, persecuzioni, continuò fedelmente e serenamente nel suo umile ministero di madre dei miserabili. 

La mendicante dell'amore

Il quotidiano aumento delle ragazze magnificava la credibilità che Monte Calvario andava meritando; ma proprio questo aumento quotidiano non rese possibile la vagheggiata sufficienza economica.

Virginia, tuttavia, non chiuse la porta a nessuna che avesse bussato all’Opera del Rifugio e per mantenere le sue ospiti, per consentire loro l’indispensabile, tornò a farsi mendicante: la mendicante dell’amore.

Getta nel Signore la cura di te

Tra i primi benefattori ci furono i coniugi Gio Francesco e Giovanna Lomellini che dai loro vascelli carichi di grano, facevano scaricare per prima la porzione per le “Figlie” di Virginia; c’era il fratello Francesco, capo dell’Armata Pontificia, che comprese la missione della sorella e volle darle una mano; vi furono tanti umili e sconosciuti benefattori che ammiravano il suo coraggio e davano quello che potevano ma con convinzione e c’era in particolare la Provvidenza paterna di Dio che interviene a tempo opportuno nei momenti più difficili e penosi.

È allora che uno sconosciuto la raggiunge per la via, le pone in mano una buona somma e sparisce frettoloso senza dire parola, ora è Donna Placidia Spinola che le manda un’offerta insperata, ora è il ricco negoziante pronto a salpare per la Spagna che chiede le sue preghiere e le fa una generosa elargizione. Un giorno Virginia si reca da un negoziante per comperare gli abiti invernali alle sue Figlie, ma il suo danaro è scarso e il venditore non accetta neppure un acconto, vuole essere pagato fino all’ultimo centesimo. A questo punto un ignoto entra furtivo nel negozio, si accosta alle spalle di Virginia, alza una mano e le lascia cadere un rotolo di scudi d’oro. Virginia sorpresa, si volta per vedere il benefattore ma intravede solo un lembo del suo abito.

Cento volte ella si trova ridotta in grandi strettezze da non poterne umanamente uscire; cento volte l’umana prudenza le consiglierebbe di diminuire il numero delle ospiti o di ridurre la loro razione di vitto, ma Virginia non lo fa perché ha fiducia incrollabile nella bontà di Dio che non delude le attese delle sue creature. Talvolta questa sua fiducia è messa alla prova.

Un anno durante le feste di Natale Virginia si aggira per la città in cerca di aiuti. Il freddo, la pioggia e il fango chiudono la gente in casa e sembrano renderla meno sensibile ai bisogni altrui. Ella, che ha raccolto pochissimo, si incammina verso Monte Calvario ripetendo le parole del Salmista:

“Getta nel Signore la cura di te ed Egli ti nutrirà”.

Alzando lo sguardo vede una comitiva di asinelli carichi di sacchi che la precedono nella salita che porta al Rifugio.

Gli asinelli entrano nel portone e la portinaia avendo scorto Virginia all’inizio della salita crede che siano mandati da lei, li scarica allegramente. Virginia arriva proprio quando gli asinelli stanno uscendo. “Chi ha mandato questa roba?” chiede. “Non so - risponde sorpresa la portinaia - ho creduto che li aveste mandati voi. Perciò ho scaricato con premura”.

Virginia si affaccia alla porta, ma non vede più né uomini né bestie, allora cade in ginocchio e ringrazia il Signore che non abbandona mai chi in Lui confida.

Virginia conobbe Genova come nessuno e ben a proposito un biografo del secolo scorso, il padre Alberto Centurione, scrisse di lei che, pur non essendo mai uscita dalla città natia, emulò nei viaggi i più grandi pellegrini apostolici.

Le Figlie di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario

In breve tempo le case del Rifugio divennero tre: Monte Calvario, Bisagno e San Bartolomeo. Ella ripartì le ospiti sempre crescenti in maniera tale da assicurare maturazione umana e ricupero della dimensione interiore. Virginia avverte la necessità di dare una sede propria all’Opera. Il primo pensiero è per l’acquisto di Monte Calvario. La somma richiesta è però forte per le sue possibilità. Spera tuttavia nell’aiuto dei parenti, amici ed abituali benefattori. Una lunga malattia le impedisce di portare avanti la raccolta delle offerte e quando guarisce non tutti danno ciò che avevano promesso. Si decide perciò per una casa più modesta sita sul colle di Carignano.

La Casa di Carignano

Accorta, Virginia che vedeva nell’opera, per tramite di lei voluta dalla Provvidenza, una luce calda proiettata sul futuro della città e delle generazioni, consapevole anche della sua inadeguatezza e desiderosa di suffragare il Rifugio al di là della sua persona, inseguì per lungo tempo il coinvolgimento diretto del Governo genovese che, alla fine, ottenne con la nomina di tre protettori riconosciuti e con prerogative direzionali.


Come il Governo genovese si fosse deciso a privilegiare l’Opera del Rifugio nei riguardi della quale fu sempre attento, è presto detto: aveva acquisito vasti meriti ed era diventata per la città della Lanterna una autentica bandiera. Per Virginia questo atto divenne il necessario coronamento di tutto un cammino. L’Opera, sostenuta dal Governo, forte di un invidiabile stile di vita interno, giustificata nei suoi fini e fondata su di una sana pedagogia, poteva guardare serenamente al futuro. Un futuro che appariva tanto più aperto in quanto molte ospiti del Rifugio avevano deciso di perpetuarne l’anima, desiderando impegnare nel servizio di Dio e del prossimo, la vita intera. Nella casa di Carignano, divenuta praticamente la casa-madre dell’Opera, trasferì nel1641 le giovani che in Bisagno già vivevano da religiose e le migliori di Monte Calvario. Anche Virginia vi passò, con l’intento di curare nelle giovani una formazione più specificamente religiosa, aiutata in ciò dal Cappuccino Mattia Bovoni. Nacque, così, una congregazione laica nei supporti, non vincolata da voti religiosi, ma religiosa nella sostanza, che fece propria la spiritualità di Virginia e la proiettò nel tempo. Nella primavera del 1645, dietro richiesta del Senato, Virginia inviò le prime 23 Figlie all’ospedale Pammatone dove si occuparono dapprima nell’assistenza dei malati più gravi e successivamente assunsero gli altri compiti dalla cucina alla farmacia. Nel 1650 il Magistrato dei Poveri si rivolse ancora a Virginia perché inviasse le “sue religiose” per la direzione del laboratorio interno del Lazzaretto. Le Figlie di Virginia continueranno nei secoli ad essere le umili infermiere al capezzale di chi soffre, sfidando bufere e destando ammirazione per la loro disinteressata carità. Durante la terribile epidemia di peste del 1656-57, offrirono all’atterrita città l’esempio di un servizio senza soste ed il profumato olocausto delle prime vittime. Cinquantatré “Sorelle” diedero volontariamente la vita per assistere nei Lazzaretti gli appestati. Ed in ogni epidemia che si abbatterà su Genova, nei secoli successivi, accanto ai colpiti dal morbo, passerà una Figlia del Rifugio.

Il 4 ottobre 1981, Giovanni Paolo II ha beatificato un’umile figlia di Virginia: Suor Maria Repetto, la “Monaca santa”, tanto amata dai poveri e dai sofferenti, vissuta nella preghiera e nel servizio della portineria del convento, favorita di doni celesti da parte di Dio ed allietata dai colloqui e dalla visione di San Giuseppe.


E verso la gloria degli altari c’è un’altra Figlia: la Venerabile Suor Teresina Zonfrilli, del ramo di Roma.

Dama di Misericordia

Nell’estate del 1631 l’opera di Monte Calvario si era incamminata. Proprio allora piombò su Virginia un nuovo incarico. Un incarico dal quale, se avesse potuto, si sarebbe volentieri disimpegnata. Non certo, per mancanza di generosità, ma per gli oneri che a lei derivavano dal Rifugio bisognoso delle sue cure a tempo pieno. Fu invitata ad entrare nel novero delle otto Dame della Misericordia, nel ramo per così dire femminile del Magistrato dei Poveri. Virginia fu indotta ad accettare pressata da una situazione difficile. Le Signore della Misericordia non riuscivano a raggiungere il numero legale: ne mancava una e non si trovava chi potesse assolvere quel compito. Le venne affidato un rione poverissimo -quello che gravitava intorno alla parrocchia del SS. Salvatore - comprendente oltre seicento famiglie. Un quartiere che Virginia visitò per intero entro il 10 novembre 1631, e del quale vergò una angosciata relazione, in cui si legge:

“... ritrovandomi un quartiere dei più miserabili, abbracciando tutte tre le Colle, Caroggio de’ Gianelli, della Celsa, degli Schiavi, Campo Pisano, la Montagnola della Marina, le mura di Sarzano, Perera, Rivalta, le Case Nuove, ed altri luoghi, dove abitano solo le persone più miserabili, ed avendo io visitate moltissime case, nelle quali resta afflizione grandissima l’entrarvi, ritrovandovi solo alloggiamenti da bestie: molti padri e madri dormono insieme con i loro figlioli già grandi, altri non hanno saccone, né coperta, né camicia, né roba da potersi riparare, mi tengo perciò debitrice di procurar loro rimedio...”.

Organizzò la distribuzione dei soccorsi in modo che ne beneficiassero i veri poveri e non gli immancabili sfruttatori. Preparò, quindi, e illustrò all’interno dell’Associazione, un vasto e dettagliato programma di beneficenza che fosse anche di umana elevazione per quegli sfortunati fratelli. Rivolse poi un appello alla nobiltà genovese che offrì mezzi materiali ed un’efficace collaborazione.

Sassate e ingiurie

A Virginia si deve anche la riforma del Lazzaretto costruito dalla fede e dalla munificenza di Ettore Vernazza. L’antico luogo, destinato per accogliere gli appestati, passato il periodo di calamità, veniva utilizzato per tutti i bisognosi: donne e bambini, vecchi e invalidi. Ai tempi di Virginia, a causa delle tristi vicende, era diventato una autentica bolgia, il covo della disperazione fatta violenza. Questa situazione spinse le autorità civili a chiedere a Virginia l’ulteriore prezioso servizio della riforma del Lazzaretto. Ella conosceva il disordine che vi regnava, gli abusi e le speculazioni che venivano perpetrate a danno dei ricoverati.

L’opera di riforma sarebbe stata lunga e difficile, perciò esitò a dare una risposta affermativa. Allorché ebbe accettato, anche per consiglio del confessore, si recò in visita al Lazzaretto; ne riportò un’impressione sconvolgente che le impedì di chiudere occhio per tutta la notte. Il giorno dopo si affrettò tuttavia ad inviare del danaro al Cappellano perché lo distribuisse “a quelli che avevano alzato di più la voce”, dimostrando così di aver compreso la causa di tanto malcontento. Come pretendere un comportamento corretto da persone prive del necessario, sia nel vitto che nel vestito? Nelle successive visite comprese che i poveri non dovevano essere umiliati dallo sfarzo e dalla evidente potenza materiale di chi passava tra loro per rappresentare l’amore misericordioso di Gesù. Virginia prese perciò una radicale decisione: sostituì i suoi abiti preziosi con uno di lana nero, semplice e modesto; rinunciò alla compagnia di altre dame e alla servitù, permise che si unisse a lei, nelle regolari e frequenti visite al Lazzaretto e anche nei soggiorni, soltanto Maria Pizzorno, una delle prime ospiti di Monte Calvario che, sebbene richiamata dai parenti, aveva preferito rimanere con Virginia.

L’opera di assistenza e di riforma da lei avviata venne ostacolata presto da chi temeva un ritorno all’ordine. Costoro cercarono di seminare malumore nei suoi confronti; si arrivò perfino ad ingiuriarla, a prenderla a sassate. Virginia non si ribellava, non chiedeva spiegazioni, non si difendeva, ma, poiché aveva di mira unicamente il bene delle anime e la gloria del suo Sposo Crocifisso, accettava serenamente ogni insulto e arrivava ad inginocchiarsi e pregare in pubblico per chi l’aveva offesa. Dolce e ferma, ella continuò la sua eroica dedizione. Provvide dapprima al guardaroba, poi si occupò delle cucine, aumentò e migliorò il vitto e assicurò l’abbondanza del pane. Soddisfatte le prime necessità volle che tutti, secondo le forze e la capacità, si applicassero al lavoro. Il ricavato doveva essere devoluto all’Ufficio dei Poveri che provvedeva alle spese. Per spronare ad un lavoro serio e redditizio, suggerì ai responsabili dell’Ufficio di assegnare una percentuale ai lavoratori; questa proposta parve veramente rivoluzionaria, ma alla fine fu accettata. L’opera di Virginia mirava però più in alto, ella desiderava soprattutto portare quegli infelici a Dio, far aprire il loro cuore alla speranza cristiana.

A questo scopo ottenne un’efficiente assistenza religiosa; fece aprire scuole per i piccoli e corsi di istruzione per adulti. Giungerà poi ad organizzare novene, ritiri e perfino esercizi spirituali. Virginia impegnò quattro anni in questa riforma che, se sulle prime parve difficilissima, da ultimo dette ragione al cuore della nobildonna, i cui atteggiamenti sereni e suasivi, portarono quel luogo ad una sana moralità.



Catechista

Durante i suoi ultimi anni, Virginia senza derogare all’obbligo di partecipare alla vita del Rifugio, garantito dal Governo e dai Protettori che esso esprimeva, garantito dalle “sorelle” decise a perpetuarne l’anima, si consacrò soprattutto all’opera di riproporre nell’ambito della città di Genova i valori religiosi fin troppo fiaccamente vissuti. Affrontò persone singole e gruppi sociali; invitò a relativizzare i beni terreni nei quali molta parte della nobiltà sembrava comodamente alienarsi e perdersi. Pacificò animi turbati dal falso concetto dell’onore; si interpose fra Governo e Chiesa perché sanassero finalmente vecchi e - per noi - futili dissidi il cui unico privilegio era quello di scandalizzare i poveri e i piccoli. Appoggiò il cardinale Durazzo - del quale fu aiuto e confidente - nell’eroica impresa di ricucire il tessuto religioso e cristiano della città, in particolare del clero non sempre compreso dei suoi doveri sacerdotali; lavorò perché in Genova fossero chiamati missionari apostolici ai fini di mantenere desta la fede e vigile la pietà cristiana. Si fece ella stessa finissima catechista annunciando e proclamando il mistero di Dio e le glorie della Vergine Maria nelle chiese, per le strade, e nelle piazze con una competenza ed una semplicità talmente fluide che non potevano se non essere l’espressione di una amicizia col Cristo morto e risorto, quotidianamente coltivata e sofferta.

L’amore verso Dio e lo zelo per la salvezza delle anime sembrano non darle tregua nella ricerca di nuove forme di carità. Durante le sfrenate feste del carnevale genovese, riscopre le Compagnie di penitenza e incoraggia pie processioni per ricordare a tutti la vanità delle cose umane.

Per tener viva la devozione alla Madonna, nei sabati e nelle vigilie delle feste a lei dedicate, Virginia distribuiva per la città i ragazzi della “Compagnia dei Ciechi”, perché con i loro strumenti e le loro voci facessero risuonare per le vie, davanti alle edicole, le lodi di Maria. A lei si deve ancora l’introduzione delle “Quarantore”, che servì a ravvivare nei fedeli la fede e l’adorazione verso l’Eucarestia.

Maria Regina di Genova  

Fu protagonista - attraverso la persuasione - di un memorabile omaggio di Genova alla Vergine Maria che, nel 1637, in un clima di festa sfavillante di luci e di colori, venne proclamata dall’allora Doge Giovanni Francesco Brignole, Regina della città. Alle mani di Maria, il Doge, quel 25 marzo del 1637, affidò le chiavi della città, la corona e lo scettro, ed invocò presenza e protezione sui destini di Genova.

Martire di carità

Virginia Centurione vedova Bracelli morì il 15 dicembre 1651; occasione prossima fu una polmonite, in realtà disfatta dall’amore e dalla fatica. La salma venne deposta provvisoriamente nel presbiterio del monastero di S. Chiara in Carignano; vi rimase, invece, per 150 anni. Il primo biografo, l’austero e dotto Agostiniano Antero M. di San Bonaventura - contemporaneo di Virginia - la definì “martire di carità”. Nel 1801, per un misterioso disegno di Dio, il suo corpo, prodigiosamente intatto e ancora flessibile, fu riportato alla luce e consegnato all’affetto e alla venerazione delle Figlie.