Il messaggio di Santa Virginia

Una conoscenza, sia pure approssimativa della vita e dell’opera di Virginia Centurione Bracelli, impone alcuni rilievi che, se si considera il contesto culturale, tutt’altro che favorevole alla donna consapevole del ruolo che a lei compete e decisa ad attuarlo da protagonista, sono tutt’altro che scontati e meritano pensosa attenzione. Innanzitutto resta di lei, audace e forte, quella capacità inusitata all’alba del XVII secolo di resistere alla volontà del padre; una resistenza garbata, ma irremovibile e dettata dalla coscienza piena che a nessuno è lecito turbare impunemente il piano di Dio.

Giorgio Centurione ebbe modo di conoscere la figlia proprio in quella circostanza, quando ella, cioè, per nulla intimorita dalle argomentazioni del genitore, ne’ dalle sue minacce, seppe smontarle una dopo l’altra, per poi affermare, categorica, che la controprova della autenticità di una scelta è la capacità di esserle fedeli. Virginia aveva operato la sua scelta in una notte di tempesta interiore, quando aveva colto drammaticamente lo scarto fra l’offerta del mondo e l’offerta di Dio. In quel doloroso frangente ella aveva riflettuto ed aveva partorito la sua opzione: Dio. E tutto il resto in relazione a Lui. Di lei rimane ancora l’attitudine a motivare ogni gesto, ogni parola, ogni opera. Virginia trovò la fonte delle sue motivazioni nella proposta cristiana: gli occhi puntati su Cristo, la mente assorta in Lui, nel Suo nome affrontò fatti e persone senza che nulla mai ne tradisse il passo: né l’ingente mole di lavoro cui sottopose il corpo, né l’ironia senza storia di chi non seppe altrimenti sfogare la delusione per una vita priva di contenuti. Perché sempre unita a Gesù, Virginia fu capace di finalizzare tutto: preghiera, impegno, dolore, fatica, lacrime, speranze.

Altra grande straordinaria eredità da Virginia consegnata alla Storia, è la tendenza di lei a sapere, a conoscere di persona. Impiegò in questa linea tutte le sue energie convinta che la condivisione, quella vera, passa necessariamente attraverso la conoscenza. La conoscenza diretta di un problema, infatti, consente una condivisione che va al di là del semplice obolo; va verso la partecipazione e la partecipazione è fonte di speranza più di quanto non lo sia una manciata di danari corrisposta dall’alto della propria sufficienza. Il povero distingue subito chi dona per gratificarsi e per sentirsi diverso, da chi donando si dona, e se nel primo caso avverte il peso di una devastante umiliazione, nel secondo sente il cuore sollevarglisi in petto. Virginia appartenne a questa seconda categoria di persone e, anzi, fu maestra nell’arte di donarsi donando. Verifica di tale suo atteggiamento è possibile ricavare dal capolavoro della sua azione a favore dei poveri di Cristo. Ella non si fermò a costatare il fenomeno della povertà, ne’ a proporre rimedi di circostanza.


Della povertà volle e seppe individuare le cause e si mosse nella linea della rimozione di esse, aggredendo alla radice soprattutto l’ignoranza ovunque e sempre fonte primaria di povertà e di miseria. L’aggredì a fondo sostenendo scuole popolari in grado di proiettare i fanciulli verso orizzonti nuovi e sovvenzionando le madri perché indicassero ai figli la strada della scuola a svantaggio della scuola della strada, la più mortificante e la più alienante. Esaltò il lavoro come mezzo di riscatto e al lavoro convinse migliaia di uomini e di donne domandando per queste e per quelli retribuzioni adeguate e, comunque, mai fuori dalle leggi dello Stato. Per molti fu ella stessa occasione di impiego sia con iniziative di carattere personale, sia facendosi questuante di lavoro.

Soleva dire che la migliore elemosina da offrire ad un uomo era quella di procurargli il lavoro. Soltanto così era possibile valorizzare la persona e rispettarne la dignità. L’operaio non doveva ringraziare altri, mangiando il suo pane e vestendo la sua famiglia, se non il proprio impegno e il proprio sudore. La stessa tecnica ella aveva imposto nelle sue istituzioni.

Aveva voluto che le figlie donate a lei dalla Provvidenza imparassero un mestiere; aveva voluto che nelle case da lei aperte si stimasse il tempo imparando a non perderne mai nemmeno una goccia; aveva teso costantemente all’autosufficienza economica e, per quanto non l’avesse raggiunta mai, ciò non scalfisce in nulla il grande valore di un principio tenacemente applicato.Altra forte consegna: la presenza. Virginia fu presente in tutte le attività cittadine, fossero esse di natura sociale o religiosa. Non si tirò mai indietro quale che fosse la sua condizione fisica e quale che fosse l’ampiezza dei compiti a lei di volta in volta assegnati. Rispose con naturalezza ad ogni domanda, fosse pervenuta dalle autorità del Governo o da quelle della Chiesa; da situazioni globali o da situazioni particolari; da gruppi sociali o da singoli cittadini. Rispose con naturalezza e fu presente con tutta se stessa, con l’intelligenza e con il cuore, senza risparmiarsi in nulla, nemmeno per riposare e la presenza di lei recò ovunque il conforto della sua parola, del suo amore, della sua compassione e della sua verità. Inoltre ella affidò alla Storia due famiglie religiose che, partite inizialmente dall’unico troncone della sua spiritualità, nel tempo provvidenzialmente fiorirono in due ramificazioni e ancora oggi seguono le orme di lei innestando qua e là, sulle vie del mondo, il germe del suo carisma e raccontando con la vita la meravigliosa avventura di una donna dagli occhi trasparenti e dall’anima intatta; di una donna che seppe amare fino alla follia della croce, con la ostinata volontà dei Santi.

Attraverso le sue “Figlie”, Virginia, oggi come ieri, allarga il suo sorriso sulle miserie del mondo e addita in Dio il punto di riferimento essenziale perché si possano spezzare le catene del male e possa sorgere finalmente l’alba di un giorno nuovo, splendida dei luminosi e caldi colori della festa. E invita a guardare a Maria, la madre di Gesù, come al modello e alla bandiera cui dovrà ispirarsi ogni cristiano che voglia, nella mitezza, ma con coraggio, puntare sulle ragioni della speranza cristiana, l’unica speranza certa perché fondata non già sull’insufficienza dell’uomo, ma sulla promessa di Dio. E, consegna ultima e deliziosa, Virginia lascia in eredità a tutti la struggente nostalgia della casa del Padre, così profondamente significata in quel suo desiderio espresso di ultimare i suoi giorni in una austera cella del monastero di Santa Chiara, là, in alto, sul colle di Carignano. Avrebbe voluto perdersi in Dio. Avrebbe voluto mettersi rigorosamente da parte. Ma non le fu concesso e restò sulla breccia fino al giorno estremo, fino all’estremo respiro; fino a quando, sul letto di morte, pronunciò le ultime appassionate parole d’amore:

“La mia anima è pronta: eccomi, Signore”.